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mercoledì 2 febbraio 2011

L'anima di Boris

Continuiamo il nostro discorso su Boris con un intervento di Simone Dissidomino.

“Gioite! Il futuro è una merda e lo stiamo costruendo per voi” così si chiude uno degl’interventi di Ascanio Celestini al Parla con me di qualche anno fa. Celestini ci spiega bene qual è la natura di questa merda, insomma di cosa si tratta. Lo fa attraverso il filtro monologico di un “industriale di merda” che, come tale, produce merda per poi rivenderla. Dato che su Youtube è possibile visionare questo intervento, non userò altro spazio per parafrasare Celestini. Piuttosto mi sembra evidente che anche la serie Boris abbia l’intenzione di vestire i panni di un industriale di merda che produce merda per rivenderla. Ma se l’industriale di Celestini operava in un l’Italia reale (con i suoi ospedali, scuole, palazzi, etc. di merda), nel caso della serie televisiva la merda è filtrata dalla fiction, da un discorso attorno all’Immagine. Dico filtrata perché mi sembra che la fiction in Boris sia come una rete da pesca che trattiene tra le sue maglie le anime del mare. Boris è un’anima oltre ad essere un pesce. E in qualche modo la serie nella serie, Occhi del cuore, è la trappola che irretisce Boris, così come l’acquario è la bolla che trattiene in vitro il pesce rosso (Boris). L’anima di Boris passa da una stagione alla successiva, da un acquario ad un altro, da un corpo ad un altro corpo, come una infinita transumanza di anime che entrano nel gregge della finzione al seguito di un invisibile pastore/padrone, “la produzione” (una sovrastruttura). Boris, come principio di scatole cinesi, è una sovrastruttura, è il principio e la fine del racconto, uno schiavo ed un padrone al contempo. Boris mette in scena questo rapporto sovrastrutturale padrone/schiavo, rapporto tra una parte concreta, fisica (gli attori/personaggi, i corpi) e una parte assente, invisibile (il pubblico, i dati Auditel); connivenza tra una parte dell’individuo tesa alla sottomissione e un’altra parte di esso tesa al comando (e al controllo). Credo che Boris sia uno sforzo titanico, come sosteneva Rob Mazzarelli, proprio perché si sforza di incrinare dall’interno questo rapporto tautologico e dunque proteso alla stasi, nel tentativo di spezzare un Incantesimo o di mandare in frantumi Cento Vetrine. Ed è così che l’acquario frantumato di Ferretti rilancia il pesce Boris sul set, come un infiltrato, un osservatore speciale; è di nuovo nella sua monade, come un’anima in attesa di tempi migliori, e osserva un’Italia in cui il progresso e i must dell’industria “culturale” coincidono con un ritorno all’età della pietra, ma anche l’Italia in cui la tradizione immobilizza proprio la parte più innovativa del progresso, quella che riguarda l’anima. Mai sentito dire che la fotografia può trattenere l’anima? Nell’apertura totale, “smarmellando” la luce senza una direzione e una misura, l’anima è rimasta accecata e adesso finge di vedere: il discorso sulla fotografia in Boris è anche un discorso sull’estetica dello sguardo, sulla morale dello sguardo, uno sguardo che “apre tutto” sul falso perché il falso è tutto (quel che è meglio, quello che si deve, ciò che si lascia vedere).

martedì 1 febbraio 2011

FUORI(SERIE): Boris, uno sguardo attento all'Italia di oggi.

di Roberto Mazzarelli


C'era una volta l' Italia dei Fellini, Antonioni, Rossellini, Pasolini, Ferreri, De Sica... e C'era un'Italia degli sceneggiatori (quasi sempre scrittori) di cui cito solo qualche nome: Suso Cecchi D'amico, Cesare Zavattini, Ennio Falaiano e la coppia Age & Scarpelli.
E' esistita davvero questa Italia? Forse no, è solo il frutto della nostra capacità di creare immagini, fantasia romanzata, storia atàvica. E' la storia che non viene ascoltata, si è persa l'abitudine ad ascoltare gli anziani. Il vecchio è scomodo e come dice uno degli sceneggiatori de Gli occhi del Cuore (serie nella seria di Boris) "Questa è merda vecchia, gli italiani vogliono merda nuova", o meglio c'è bisogno della "locura, il peggior conservatorismo, che si tinge, però, di colore. In una parola Platinette. Perché Platinette ci assolve da tutti i mali, perché sono cattolico, ma allo stesso tempo sono una persona vitale, perché mi piacciono le minchiate del sabato sera. Ci fa sentire con la coscienza a posto Platinette."
In questa splendida e magnifica frase si specchia la nuova Italia, "la terra dei cachi" come direbbe Elio (autore della sigla di Boris), è un'Italia post-moderna, dove la tradizione si mescola al varietà, un varietà sempre più spudorato, pornografico, ma filtrato sempre e comunque da un conservatorismo che lo si tiene ormai per comodità. In questa Italia c'è posto per tutti, ma se ottieni una protezione politica, allora puoi ritenerti un privilegiato.
Mi ero sempre rifiutato di vedere Boris, il pregiudizio sulla fiction italiana è sempre stato troppo forte, ma oggi devo ammettere con certezza che il pregiudizio è figlio dell'ignoranza. Mi è capitato per caso su Cielo (programma in chiaro sul digitale terrestre) di ascoltare prima e di vedere poi una puntata della prima stagione di Boris. Amore a prima vista. In pochi giorni e qualche notte, ho consumato tutte e tre le stagioni e non ho potuto non notare come il flusso comico e la genialità delle battute si è andato mano mano consumando verso e oltre la tragedia. Boris è un'opera che si può facilmente accostare a quel nuovo filone italiano dell'arte, dove in primis la letteratura e poi il cinema cercano di raccontare la tragi-commedia di questa nuova Italia. Voglia di raccontarci, attraverso gli stereotipi che compongono la storia contemporanea di questa penisola. Lo stereotipo della camorra (Gomorra: libro e film), lo stereotipo pop del potere (Il divo, Qualunquemente, Videocracy) lo stereotipo del passato come specchio dell'oggi (Vincere). Boris fa altrettanto, raccontandoci attraverso un set che è quello degli Occhi del cuore, la solita fiction italiana fatta per il pop-olino (Centovetrine, Un posto al sole, Vivere). Tutta l'Italia può essere definita oggi come un set per fiction, dove per fiction si intende anche quel piacere immenso per la serialità, il racconto a puntate è sempre stato il pezzo forte dell'Italia, un esempio su tutti il caso di Avetrana, la migliore fiction italiana di tutti i tempi.
Ma in tutto questo c'è un fattore sconcertante in questo racconto sull'Italia, la realtà ha facilmente superato la fantasia. I fatti tragici dell'Italia di oggi, i suoi scandali hanno ormai creato uno spartiacque tra l'immaginario collettivo e il reale. Ed è la storia di una piccola compagnia di teatro di Roma, che pochi giorni fa ho avuto modo di vedere, che a domicilio ripropongono uno spettacolo pensato e scritto insieme a Stefano Benni e con difficoltà devono ri-scrivere e ri-aggiornare i loro testi, che cercano anche essi di raccontare l'Italia, un'Italia che corre troppo velocemente nei suoi scandali di palazzo.
Ma nonostante tutto, oggi Boris è ciò che mi fa riflettere di più, la sua satira è forte e non risparmia niente e nessuno. E' un pugno allo stomaco, che si attenua grazie alla sua forte comicità, mai spicciola e banale, ma attenta a non cadere mai in qualcosa di già visto o sentito. Boris è qualcosa che si racconta da solo e perderebbe in qualsiasi tentativo di sintesi. Boris è qualcosa che va visto per essere capito, apprezzato. Bisognerebbe analizzarlo attentamente per capirne anche quei piccoli dettagli che avvolte si potrebbero perdere nel flusso continuo della comicità o della tragedia.
Siamo ora in attesa del film, prevista l'uscita già per il Novembre 2010, uscirà invece nelle sale ad Aprile. Un grande salto in avanti per una situation commedy realizzata con pochi mezzi (ma appoggiata da una serie di personalità: Roberto Herlizka, Paolo Sorrentino, Filippo Timi, Corrado Guzzanti, Laura Morante e Giorgio Tirabassi). Curiosi di sapere anche se si farà una quarta stagione, concludiamo con una battuta di René Ferretti, il regista della fiction Occhi del cuore, interpretato magnificamente da Francesco Pannofino, che dopo essersi arreso alla volontà di fare la "qualità" afferma " W L'ITALIA E W LA MERDA".


sabato 2 ottobre 2010

Carnivale


Credo che ancora oggi, a distanza di ben 8 anni, siano in pochi a conoscere Carnivale, serie televisiva prodotta dall'autorevole canale satellitare americano HBO (Sex and City, I Soprano, Six Feet Under) e ideata da Daniel Knauf. Le colpe, come è facile intuire sono tutte da imputare ad una cattiva programmazione televisiva, oltre alla difficoltà di inserire sul mercato un prodotto qualitativamente troppo alto per gli standard comuni. Carnivale è un prodotto di nicchia, quella nicchia che si identifica in una ideologia da molti difesa e appoggiata, ovvero che le serie televisive, oggi, sono qualitativamente superiori a qualsiasi prodotto cinematografico in circolazione. Basterebbe citare Dexter e Six Feet Under per crederli ed entrare a far parte di questo partito.
Ma a volte la qualità non basta, soprattutto per una serie come Carnivale, troppo dispendiosa per durare più di due stagioni, interrompendo, molto probabilmente, un flusso narrativo che avrebbe voluto che la storia continuasse ancora per un po'. Si dice infatti, che lo stesso Daniel Knauf, vistosi tagliare i fondi per una possibile terza serie, si sia rivolto poi alla Show Time. Questo succedeva nel 2005. Possiamo quindi rassegnarci oggi, ad ogni possibile ripensamento e considerare Carnivale come un capitolo chiuso, per quanto incompleto. Eppure mi riesce difficile non pensare, che dopotutto, è un bene che questo serial si sia concluso in quel preciso momento, lasciando ogni possibilità di sviluppo all'immaginazione dello spettatore. Perchè questo? Fondamentalmente per una questione tematica. Carnivale affonda le sue radici nel più antico dei temi: la lotta fra bene e male. Ma attenzione le modalità di svolgimento del tema sono tutt'altro che classiche o scontate. Non ha niente da invidiare alle opere postmoderne di Lynch. Cito lui, perché Carnivale, deve tanto al regista di Inland Empire. Uno dei protagonisti della serie è infatti il nanetto di Twin Peaks.
Ma ritorniamo al tema. Bene e male, entrambi in lotta per l'ottenimento del "dono" assoluto, ovvero la possibilità di donare e di togliere l'elemento più prezioso dell'esistenza: la vita.
Come ho già detto il tema è antico come il mondo e credo che nella sua primitività si evidenzia la sua capacità infinitesimale e quindi "seriale" di prolungarsi in eterno. Dalla nascita dell'uomo ad oggi. Carnivale, quindi avrebbe potuto mostrarci ancora e ancora le possibilità di incontro e scontro tra le due fazioni rivali. Ma in questo continuum ci avrebbe semplicemente rappresentato solo ed esclusivamente la ripetitività e la non-conclusione di una lotta, eterna e senza fine. Non può esistere una puntata finale per una serie come Carnivale. L'unico finale possibile è il giudizio universale, e quindi la catastrofe e il riaffermarsi del nulla.

PS: Ho evitato in qualsiasi modo di fare riferimento alla trama per qualsiasi curioso che abbia voglia di vedere Carnivale. (Tranquilli si trova in streaming).

Roberto Mazzarelli


venerdì 9 aprile 2010

Dexter: Early Cuts (Stagione 1 ultimo episodio "Cindy Landon")

di Roberto Mazzarelli

In attesa della quinta stagione di Dexter, che uscirà fra pochi mesi negli Stati Uniti, concludiamo questo ciclo di cortometraggi di animazione dedicata ad uno dei killer più famosi che la storia ricordi. Il ciclo "Early Cuts", composto esclusivamente di tre sole puntate, ha voluto regalarci un assaggio della "nascita" di Dexter, si tratta di piccoli frammenti di un male che ha bisogno di trovare un'estetica, un modo di agire ancora impreciso, maldestro. Il codice Harry abbisogna ancora di ritocchi, perfezionamenti e allora Dexter Morgan, cerca di crescere, di fare esperienza a scapito di persone che meritano di essere uccise, di esseri che perpetuano il male. Anche Dexter è un angelo nero, un passeggero oscuro, ma il suo codice gli permette di incanalare il suo impulso nei confronti della giustizia. Un giustiziere ecco cos'è Dexter. Ma esso è anche un moralista che puntualmente viene a ricordarci che il male non è una creazione dell'uomo, il male è innato in noi ed ognuno lo esprime a proprio modo. Così Dexter è il filosofo del male, e attraverso la sua voce fuori campo, il suo messaggio arriva chiaro, coinciso, perfetto. Non bisogna essere killer per entrare nel suo punto di vista, Dexter non è un mostro, Lui è l'Uomo che prende a se un codice morale e ne fa una Bibbia.


venerdì 2 aprile 2010

Dexter: Early Cuts (Stagione 1 ep.1: "Alex Timmons")

Per tutti gli amanti della serie televisiva Dexter, pubblichiamo la prima stagione di Dexter: Early Cuts, una "animeted webisode series".