lunedì 15 novembre 2010

NOI CREDEVAMO: dal libro al film e ritorno "piccole storie dalla grande Storia"

di Paola Di Giuseppe



Noi credevamo, il romanzo di Anna Banti da cui Martone ha liberamente tratto il film ora nelle sale, fu pubblicato nel ’67 e queste sono le parole pronunciate alla fine del libro da don Domenico Lopresti, settantenne gentiluomo calabrese, convinto antimonarchico, incrollabile repubblicano, che dalla sua casa torinese scrive le memorie di una vita dedicata alla causa politica, prima in clandestinità, poi nelle carceri borboniche, poi ancora partecipe all'impresa dei Mille, e da ultimo impiegato alle dogane dopo l’Unità d’Italia. La Banti adombra nel suo romanzo la figura del nonno, mazziniano della prima ora, convinto, ma purtroppo illuso, che le condizioni del suo Sud sarebbero cambiate con l’unificazione. In quel giro di anni (era il ‘58) un caso editoriale era stato Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la Titanus aveva comprato i diritti cinematografici già alla sua uscita e solo cinque anni dopo ci fu Visconti ad affiancarlo con un kolossal di quasi uguale durata di Noi credevamo ed un cast stellare.

Oggi si torna a parlare di Risorgimento, e ancora una volta la fonte è un grande libro che, ingiustamente, non ha avuto lo stesso successo dell’altro e la Banti resta autrice ancora troppo poco conosciuta. Il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, bisnonno dell'autore del Gattopardo, nel film di Visconti diventa il Principe Fabrizio Salina e sappiamo che il romanzo è nato sulla scia delle sue memorie.

Ancora un grande narratore, questa volta cinematografico, Edgar Reitz, attinge al deposito delle memorie famigliari per il suo Heimat, straordinario recupero della memoria per la nazione tedesca, e anche lì la figura di un nonno è fonte e quasi archetipo del racconto: Il nonno, narratore di grande talento, ogni giorno portava dal bosco le storie che aveva pensato e che poi raccontava davanti a casa o la sera alla locanda, ed era capace di raccontare in modo così affascinante che tutto il locale stava ad ascoltare. Il riferire storie, nella terra della mia infanzia, lo Hunsrück, appartiene ad una grande tradizione popolare in prevalenza contadina, le stagioni hanno un ruolo significativo anche per l’arte di narrare. In autunno inoltrato e nelle buie sere d’inverno nei villaggi fioriscono racconti. Ogni volta che nella mia vita di regista, […] mi sono chiesto in cosa consista il principio narrativo, mi è venuto in mente mio nonno. Lui non aveva una teoria per la sua arte di narrare e tuttavia era fermo nei suoi principi: i luoghi dell’azione dovevano essere reali e non potevano essere modificati. Anche i protagonisti dei suoi racconti avanzavano la pretesa di essere vissuti davvero” (E.Reitz , La vita non scrive romanzi, intervista a cura di Leonardo Quaresima in La cinepresa e l’orologio, p.20).

Le “piccole storie dalla grande Storia“ sono dunque recupero della trasmissione orale, della testimonianza, degli sguardi molteplici sugli eventi che hanno segnato il cammino di un popolo, partendo da uomini e donne che li hanno vissuti e ne hanno lasciato traccia in racconti intessuti di umori, voci anonime, sofferenze senza volto che la Storia ufficiale dimentica o riduce in fredde cifre. Come la letteratura, il cinema è arte della memoria, e si colloca con il suo specifico linguistico nel solco importante della ricostruzione storica, e lo fa, come dice Lulu in Die Heimat Fragmente, come un archeologo del futuro”, scavando nel passato per cercare le tracce del presente e capirlo. Il dibattito sul Risorgimento, la gramsciana "rivoluzione senza rivoluzione”, che aveva infiammato la sinistra italiana al tempo della pubblicazione del Gattopardo, a mezzo secolo di distanza ha ancora un senso? Siamo ancora capaci di infiammarci? Riuscirà il film di Martone a scuotere le coscienze?

L’intento del regista è stato di rappresentare un’ “epopea dei perdenti”, guardare un passato non troppo lontano da essere sentito come estraneo, né troppo vicino e perciò esposto a deformazioni viziate da ideologia. La storia di Angelo, Domenico e Salvatore è quella storia minore e antieroica che a volte meglio di tante letture, scolastiche e non, aiuta a capire l’origine dei mali successivi di questa Italia, da nord a sud. Gli anti-eroi di Martone sono giovani traditi nelle loro idealità e aspirazioni più legittime, sono in scena generazioni a confronto e classi sociali che, oggi non molto diversamente da allora, si divaricano all’insegna di privilegi concessi e diritti negati, perfino nel carcere borbonico le divisioni di classe resistono. Il tema di fondo resta allora quello dell’uguaglianza e, soprattutto, quello della libertà, ed ecco che torniamo dal film al libro, ai libri, con l’amaro titolo Libertà della novella di Verga sul massacro di Bronte ad opera di Bixio e dei garibaldini (e l’indimenticabile “al vento volano gli stracci!”) o con i potenti Vicerè di De Roberto, oggi chiamati con altri nomi ma dotati di identiche prerogative, o ancora con I vecchi e i giovani, il romanzo di Pirandello che è “il romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione”.

Scritto all’indomani dello scandalo della Banca Romana (1893) sono parole che continuiamo a sentire stranamente famigliari: “Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro.” Il nonno di Anna Banti, trasfigurato nello stanco e deluso don Domenico Lopresti, ha sacrificato tutto ai suoi ideali e ora scrive, chiuso in un’autoreclusione che è rifiuto del mondo intero: “I giovani meridionali usano corteggiare l’innamorata passeggiando la notte sotto le finestre. Altrettanto feci io, per un’ora buona, davanti all’Hotel d’Inghilterra dove Garibaldi s’era trasferito dopo aver consegnato al re la nostra povera capitale esautorata: doveva partire all’alba del 9, e questa veglia mi fu dolce come una veglia d’amore. Commemorai così la mia gioventù perduta, la ragazza che avrei potuto avere e non ebbi: ricordo ancora l’esaltazione romantica con cui guardavo in su, ogni tanto, e mi pareva davvero che una donna si sarebbe affacciata, quella Italia che poi gli scultori inutili di monumenti esibirono in figura di popputa matrona incoronata. La mia Italia era invece una smunta schiava che aveva cambiato padrone.”

Dal libro al cinema e ritorno, un lungo viaggio alla scoperta dell’uomo.

4 commenti:

  1. Il tema del Risorgimento è importantissimo per Italiani! Sosteniamo i libri scritti sul Risorgimento!

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  2. "In questo parlamento, non sarà certo permesso discutere su quanto ciascun patriota ha sofferto e fatto. Gli esuli e gli ex-galeotti verranno celebrati tutti allo stesso livello, come dei rottami da enumerare sbrigativamente, i cui discorsi non producono che noia. Sono andato via come sono arrivato, nessuno mi ha notato, ma io non conto. Eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava. Noi la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola, noi credevamo."

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